Wednesday, October 20, 2004

Parole sante!

Vandalismi e perdita di civiltà
BENE COMUNE DA DIFENDERE
Se potessi tenere una lezione al Liceo Parini, dove hanno studiato i miei due ragazzi e dove qualche mese fa ho per il «Corriere» parlato ai professori, chiederei di dare all'ora un titolo: «Nozione moderna del bene comune». Passa il tempo. Quando i miei figli attraversavano la strada fra Solferino e San Marco per entrare in classe, io prendevo la via dell'università dove avevo un corso su Emile Durkheim e la vocazione suicida di uomini e società. Ma avevamo tutti una gran voglia di vivere. Oggi sa di suicidio a rate questa notturna libidine di individui e di gruppi. La feroce stupidità spaventa. Trasferisce alla gente intellettualmente onesta una minaccia che è quasi terroristica, anche se poi è solo ebetudine. La città patisce un progressivo smemorarsi del valore di se stessa, quando si fa autolesionistica nel teppismo di massa. Una strategia nichilista brucia ogni anno dieci milioni di euro dentro la cerchia metropolitana. L'orda degli imbecilli devasta a raggiera piccoli e grandi oggetti, panchine, aiole, bottoniere degli ascensori, cestini per la carta, contenitori per la spazzatura, poi si mette, megalomane, in testa, l'idea di essere creativa e assalta i muri di Milano con i graffiti, infine si fa guerrigliera e danneggia, ammacca, scassa le vetture dei tram. Il vandalismo è diventato metodico, quasi avesse lo scopo programmato di sperperare il bene comune. C'è un paradosso in questo farsi del male prendendosela con un patrimonio che appartiene anche al suo assalitore. Si smantella una scuola come si distrugge uno stadio. C'è una questione di sicurezza e ce n’è una di civiltà. La prima va affrontata con telecamere, sistemi di allarme, più frequente vigilanza. Ma non basta, perché una città non può trasformarsi in sentinella di se stessa. Infatti la seconda questione, quella del recupero di civiltà, è una premessa indispensabile. Potete anche mettere l'elmetto alle scuole, potete anche blindare parchi e giardini, se il criminale non sa che a scuola si studia e nei parchi si cerca serenità, entra e distrugge. Ma tutto questo sa più di amaro a Milano. Perché qui il bene pubblico è senso comune, cioè idea condivisa. I milanesi concepiscono il tempo di festa come uno spazio di vita nel quale si godono, si visitano e si coccolano i beni comuni. Che cosa è il Fai, se non un'accademia del bene comune? Che cosa sono le giornate di libera visita a capolavori e monumenti, se non i San Valentino degli innamorati del bene comune? Centinaia di migliaia di milanesi in più di due secoli avrebbero voluto studiare al Parini. Non c'era posto per tutti. Questo liceo è anche un simbolo, intellettualmente perfino un privilegio. E' qualcosa cui i milanesi vogliono bene. La stupidità si prende i suoi rischi ad aggredirlo. Lenta all'ira, la città non è cieca.
di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI

Corriere della Sera - Cronaca di Milano 20 Ottobre 2004
http://www.corriere.it/

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